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Gianni' s own logbook

26 gennaio 2006
La grande Moschea-Madrasa
Una mattina di molti anni fa me ne andavo a zonzo per le viuzze della vecchia Delhi, in compagnia di moglie e figli piccolissimi.
Tanto moderna, verde e spaziosa è la nuova Delhi, quanto antica, polverosa e densamente popolata la vecchia. Sono due città completamente diverse.
Malgrado fossero solo le 9 del mattino, il sole iniziava a farsi cocente. Camminavamo curiosando tra mercatini e negozietti vari, quando lo stretto budello che stavamo percorrendo terminò di fronte ad un alto muro di cinta in grossi blocchi di arenaria rossa.
La bella pietra con la quale i khan mongoli costruirono i loro grandi edifici, come il Forte Rosso e la Grande Madrasa, dopo aver conquistato la città. E del muro di cinta della moschea infatti si trattava.

La Moschea-Madrasa di Delhi è la terza al mondo per ordine di grandezza, dopo quelle di Damasco e del Cairo ma prima dell' Hagia Sofia di Istanbul. Il suo nome, Jama-Masjid, significa moschea del venerdi. Si erge inaspettata, occultata com'è dai fatiscenti palazzetti a più piani che la circondano, di fronte ai viandanti che tutto si attenderebbero di trovare tra quelle viuzze meno che un edificio tanto grandioso ed imponente. Provammo la stessa sensazione che certo dovettero provare coloro che si recavano per la prima volta a visitare il Colosseo o piazza San Pietro, prima che gli sventramenti di epoca fascista li facessero "giganteggiare nella necessaria solitudine" (Mussolini dixit).

Un amplissimo colonnato circonda il vasto cortile interno, provvisto di deliziose fontanelle per le abluzioni di rito. Lasciate le calzature all' ingresso entrammo nella moschea vera e propria immergendoci nella penombra. La temperatura era gradevole, gli avventori pochi e quindi gironzolammo a piacere. Camminammo su antichissimi tappeti, ammirammo la profusione di marmi policromi istoriati con i versetti del Corano con cui son rivestite le pareti, e, malgrado restassimo circa un ora, nessuno tentò di convertirci. Nessuno ci chiamò porci infedeli, nessuno impose il velo a mia moglie. Anzi, ogni sguardo che incrociammo si apri in un largo sorriso.

Se coloro che visitano un paese esotico anziché rinchiudersi in un villaggio turistico assieme ad altri mille italiani andassero, possibilmente soli e senza guida, alla scoperta di monumenti, musei e quant' altro mischiandosi alla gente locale, non avrebbero gettato alle ortiche un occasione irripetibile. Solo in quel modo infatti si riesce a capire qualcosa della vera essenza di un popolo, tornando poi a casa più colti e più saggi. Con meno paura degli altri, dei diversi. E sopratutto meno disposti a bersi le fandonie degli arruffapopolo di casa nostra. Leghisti e non.

g.

qui foto della moschea e di altri monumenti della vecchia Delhi
http://www.alovelyworld.com/webinde/htmgb/inde006.htm



permalink | inviato da il 26/1/2006 alle 1:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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