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26 novembre 2005
La maledizione di Atahualpa
Una mattina d' aprile di tanti anni fa salii sul treno che da Cuzco conduce alle rovine di Machu Picchu in compagnia di alcuni.
Colpito sin dall' arrivo dalla maledizione di Atahualpa, tanto diffusa da quelle parti (in Messico la chiamano di Moctezuma in Egitto di Tutankhamon ma sempre di dissenteria si tratta), era la prima volta in tre giorni che mettevo il naso fuori dell' hotel.
Costeggiando l' impetuoso Urubamba, affluente del rio delle Amazzoni, la ferrovia scende per una stretta valle fiancheggiata da ripidi contrafforti andini.
E' un viaggio che dura circa 3 ore. Si passa dalla scarna vegetazione dei quattromila metri d' altitudine di Cuzco a quella, lussureggiante e tropicale, dei duemila della stazione d' arrivo.
Il convoglio effettua un paio di fermate e le vecchie indie, con in testa le caratteristiche bombette nere stile uomo d' affari londinese, ne approfittano per salire e vendere i loro souvenirs.

Giunti a destinazione non vedemmo però traccia alcuna delle rovine.
La guida, indicando un erta montagna, ci assicurò che erano lassù, proprio lassù.
Salimmo perciò su un traballante pullman che inerpicandosi lungo i ripidi tornanti di una carretera sterrata ci condusse alla meta.
Ed infine le vedemmo: coronate dalla Cordillera andina, le rovine di Machu Picchu sono uno spettacolo indimenticabile.
Gli edifici sono costruiti con enormi blocchi di pietra perfettamente tagliati e squadrati al fine di incastonarli uno nell' altro senza l' ausilio di malta o altro collante.
Come fecero gli abitanti a trasportare sin lassù quelle pesanti pietre senza conoscere la ruota ed avendo quali bestie da soma solo i deboli e fragili llama, è un mistero destinato a rimanere irrisolto. La scelta degli ultimi quechua di rifugiarsi lassù si rivelò felice. Infatti, invisibile com' è da fondovalle, gli spagnoli non lo trovarono mai. 
Machu Picchu fu scoperto solo nel 1911 da un esploratore americano di nome Bingham.
Piccola curiosità: gli spagnoli equivocarono sulla parola "inca". Credettero indicasse il nome dell' etnia, mentre essa significa semplicemente "re".
Il nome del popolo e della lingua è quechua.

A questo punto potrei chiudere qua il messaggio. Ma non sia mai che perda l' occasione per sparlare di Berlusconi.
Anche l' origine della fortuna del Cavaliere è un mistero destinato a rimanere irrisolto a lungo.
C' è chi dice che tutto ebbe inizio dalle mance intascate quando strimpellava sulle navi da crociera. Mance investite, visto che era in navigazione, nei paradisi off-shore.
Alcuni magistrati, rossi è bene sottolinearlo, insinuano che la sua fortuna iniziò con un finanziamento fattogli dall' onorata società per alcuni progetti ch' egli intendeva sviluppare.
Il famoso "project financing".
Sia come sia, quando fra parecchi secoli qualche tenace esploratore troverà l' origine della fortuna del Cavaliere, ciò gli varrà fama certo non meno imperitura di quella che arrise a Hiram Bingham.
Lo scopritore della città morta di Machu Picchu.

gianni guelfi



permalink | inviato da il 26/11/2005 alle 0:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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